Intervista alla Dott.essa Loredana Locusta, Responsabile del Centro Alzheimer Villaggio Amico.

Uno studio dell’Inrca – Istituto di Ricovero e cura a carattere scientifico per anziani, pubblicato anche dalla rivista scientifica Rejuvenation Research, conferma l’importanza del training cognitivo per conservare la memoria e prevenire o ritardare la comparsa di patologie quali l’Alzheimer.

Siamo quindi sulla strada giusta?

Direi proprio di si.

Le evidenze scientifiche che avvalorano l’importanza del training cognitivo ci fanno ben sperare. Siamo dinanzi ad un’ulteriore conferma che allenare la mente rappresenta una protezione per un invecchiamento normale e una resistenza all’insorgenza di patologie neurogenerative.

Di certo non esistono dei “training magici” in grado di risolvere i problemi di memoria, ma esistono strategie utili a supportare l’anziano nelle attività quotidiane.

Un training cognitivo efficace deve però accertare con precisione il declino della specifica abilità: ciò può verificarsi solo dopo una diagnosi corretta che ci permetterà di far leva sulle funzioni che presumibilmente intatte e con esse cercare di compensare le altre deficitarie.

Dottoressa, lei è esperta di neuropsicologia clinica e responsabile del Nucleo Alzheimer presso il Centro Polifunzionale Villaggio Amico vicino Milano, alla luce della sua esperienza potrebbe leggere per noi i risultati di questa ricerca?

Gli studi riguardanti l’utilizzo di training cognitivo sugli anziani, con o senza demenza, costituiscono un’area relativamente recente di ricerca eppure sono già al centro di un vivace dibattito relativo alla loro efficacia.

Il miglioramento delle performance dopo un intervento di training, evidenziato dalla ricerca dell’Inca, mi sembra d’altra parte un dato significativo.

Parliamo infatti di un campione rappresentativo della popolazione di riferimento e di un buon 70% dei soggetti con alzheimer che ha avuto un miglioramento significativo delle performance dopo il training cognitivo: un dato a mio avviso di tutto rispetto.

Gli indicatori utilizzati ci riportano, inoltre a quelle che sono solitamente le aree “fragili” di un malato di Alzheimer, ossia la memoria, il linguaggio e l’orientamento: riuscire a monitorare queste aree cognitive è un passo avanti non da poco.

La ricerca pone anche un accento sugli effetti positivi riguardanti l’umore, il livello di stress ed il grado di benessere percepito dopo un training cognitivo: credo che valga la pena riflettere su questi dati.

Dopo aver allenato la mente non solo dunque un miglioramento della prestazione mestica, ma un aumento della fiducia nelle proprie abilità e una maggiore motivazione all’uso di processi controllati.

Cosa si intende per “plasticità cerebrale”?

Si tratta della capacità del nostro cervello di modificare le connessioni sintetiche, la propria struttura e le proprie funzioni.

Ma facciamola più semplice: plasticità cerebrale significa che nel corso del tempo il cervello è in grado di modificarsi, non è statico, ma in divenire.

Abbandoniamo dunque il concetto precedente del cervello come un organismo rigido, per far posto alle nuove ricerche nel campo delle neuriscienze che lo vedono come un organo plastico, capace cioè di modellarsi e rimodellarsi continuamente proprio grazie agli stimoli che siamo in grado di fornirgli.

Tale caratteristica si riteneva in passato che fosse proprie dei bambini e non degli anziani: le ultime e affidabili ricerche hanno invece dimostrato che non esiste alcun tipo di rapporto lineare tra età e plasticità cerebrale.

Dunque il cervello continua a rimodellarsi anche nella vita adulta.

Esistono terapie non farmacologiche in grado di aiutare il paziente anziano in una casa di riposo oppure nella propria casa?

Le terapie farmacologiche agiscono sulla sfera cognitivo-comportamentale, in quella relazionale e in quella emotiva: il loro beneficio è ormai fuori da alcun dubbio.

Pensiamo ad esempio alla stimolazione multisensoriale, nata in Olanda negli anni Settanta. Si tratta di un intervento terapeutico di un ambiente chiamato “Snoozelem Room”, che utilizziamo anche noi nella nostra casa di riposo di Milano Villaggio Amico, dove si fa ricorso ai cinque sensi e alla loro interazione attraverso effetti luminosi, musicali, uditivi, superfici tattili e in movimento, aromi e stimoli gustativi.

Questo tipo di terapia non farmacologica che viene svolta in centri alzheimer tenta di ridurre l’agitazione psico-motoria e il vagabondaggio e di stimolare le capacità residue della persona affetta da demenza con delle sollecitazioni che agiscono a livello plurisensoriale.

Siamo di fronte, come del resto in tutte le terapie non farmacologiche, a un sistema in grado di lavorare su canali comunicativi differenti da quelli classici fonte di ricchezza per entrare in contatto con un paziente con un grado avanzato di demenza.

Si parla spesso di stili di vita associati alla gestione delle malattie, generalmente legate al decadimento cognitivo, è davvero una variabile così importante?

Assolutamente si.

L’esercizio mentale e tutti gli stimoli, sia a livello cognitivo che sociale, sono fondamentali per rallentare le malattie neurigenerative.

Anche un’alimentazione corretta il più possibile completa può influire positivamente sulla qualità dell’invecchiamento, così come una costante attività fisica, quando possibile, per mantenere le abilità funzionai e generare benessere psicologico.

Quali attività sono previste, o per lo meno auspicabili, all’interno di una residenza per anziani a Milano e non per anziani affetti da Alzheimer?

Fondamentali saranno quelle attività dove si crea un circolo virtuoso per la promozione del benessere psicologico.

La musicoterapia è una di quelle: con il suo potere evocativo la music permette di creare uno spazio condiviso in cui è possibile scoprire le individuali capacità residue dell’anziano, utilizzando un codice differente da quello solito.

A prescindere dalle singole attività è bene ricordare che le residenze per malati di Alzheimer dovrebbero essere, tanto per l’anziano che per i familiari, un luogo di protezione e di supporto dove bisogna tener conto della singola persona per poi ideare un intervento e delle attività ad hoc, quasi come un vestito su misura che indosserà quel singolo paziente.

Mi permetta di concludere con una domanda di carattere generico. Quali sono le principali problematiche da affrontare in una casa di riposo con centro alzheimer?

Le problematiche maggiori sono, a mio avviso, rintracciabili su due fronti: il personale medico e paramedico interno alla struttura e i famigliari dei pazienti.

Per quanto riguarda il personale sanitario di una casa di riposo bisogna pensare che il rapporto tra curante e paziente è di per sé complicato, in una struttura per anziani affetti da Alzheimer lo è ancora di più.

L’operatore è spesso assorbito dalle problematiche del malato, sommerso da una mole di richieste a volte insostenibile o dalla sensazione di impotenza dinanzi al mancato miglioramento del paziente.

Individuare possibili strategie di contenimento atte ad alleggerire questo stress psicofisico credo sia un dovere della struttura stessa, che dovrebbe mirare ad un cosiddetto “work-engagement”, termine difficilmente traducibile in Italiano, ma che ci riporta ad una condizione psicologica associata al lavoro caratterizzata da vigore, dedizione ed elevata energia (fisica, mentale e emotiva) che il personale dovrebbe raggiungere nel proprio lavoro sviluppando una buona resistenza allo stresso.

Altra problematica è quella relativa ai familiari dei pazienti affetti da Alzheimer. Non bisogna dimenticare che il familiare affida totalmente a noi il proprio caro, dunque un carico emotivo da non sottovalutare.

Lavorare su di un rapporto di empatico e di fiducia è il primo passo per stabilire un rapporto proficuo e di sostegno reciproco.

Dott.essa Loredana Locusta
Responsabile del Centro Alzheimer Villaggio Amico.

Per maggiori informazioni:
Centro Alzheimer Milano Villaggio Amico
Via Stazione 5, Gerenzano
Tel: +39 0296483579
Mail: info@villaggioamico.it