Questa è la storia di William Utermohlen, un pittore inglese di origine americana a cui fu diagnosticata la malattia di Alzheimer nel 1995, all’età di 61 anni.

Incoraggiato dalla moglie a non smettere mai di dipingere, l’artista nei cinque anni successivi continuò a realizzare una serie di autoritratti che mostrano in tutta la loro evidenza il progressivo avanzamento della malattia, fino alla completa perdita della memoria.

I dipinti testimoniano infatti un crescente appiattimento della prospettivae la perdita di dettagli significativi propri di una visione del mondo saldamente ancorata. Nei primi anni della malattia l’artista è ancora in grado di percepire la diminuita accuratezza nei tratti e nei dettagli delle sue opere ma, allo stesso tempo, si accorge di non essere in grado di porvi un rimedio.

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Alla luce di un’attenta analisi psichiatrica, i suoi disegni appaiono inoltre intrisi di sentimenti negativi quali tristezza, ansietà, rassegnazione e senso di vergogna in misura esponenziale con l’incedere della demenza.

La malattia di Alzheimer colpisce in particolar modo il lobo parietale destro – spiega il Dott. Miller, neurologo dell’Università della California che studia l’espressione artistica e creativa nei pazienti affetti da patologie dementigene-, area deputata alla visualizzazione di immagini interiori e alla trasposizione di quest’ultime su un foglio di carta o una tela. Col progredire della malattia, i disegni si fanno man mano più astratti, le immagini più sfocate e i confini più vaghi, quasi in modo surrealistico. E’ inoltre frequente l’impiego significativo, forse simbolico, del colore.

Quando mi chiedono quando sia venuto a mancare mio marito -racconta Patricia, la moglie dell’artista- rispondo sempre “nel 2000″. Perchè da quell’anno mio marito smise di dipingere. Non ne era più capace. Se ne andò poi definitivamente nel 2007, ma allora non era già più lui da molto, molto tempo.”