Parlare di malattia e di morte fa paura.

L’argomento era stato sviscerato già tra i filosofi dell’Antica Grecia, dove l’angoscia della morte e del malato era un tema costante all’interno dei tanti dibattiti.

Certo è che la malattia che non ha ancora una cura, così come l’idea che quella malattia possa portarci a morire, fa emergere nell’essere umano la consapevolezza del proprio limite.

Ecco che l’uomo, allo scopo di attutire questa poco tollerabile inquietudine, spesso decide di eludere l’argomento, come se fosse sufficiente il tacere per far scomparire la paura.

La morte è una minaccia tragica e difficilmente accettabile: dunque, meglio scacciarla dai nostri pensieri.

Il tacere riguardo l’argomento malattia e morte non riguarda solo il singolo individuo che da solo, si presuppone, faccia fatica a sostenere un tale pesante fardello.

A scansare tale infausto concetto, sono anche le Istituzioni.

Non di rado, infatti, il rifiuto parte dalla società: ecco allora che, ad esempio, non si può parlare di «Alzheimer» o di «demenza» perché il termine risulta sconveniente nella società dell’apparire e «tutto va bene».

La terminologia in uso, atta ad indicare quella tale patologia, viene vista come nemica e prende le sembianze dell’indicibile.

La parola stessa disturba e fa paura: ecco che aggrottiamo la fronte quando sentiamo pronunciare cancro, demenza, tumore, Alzheimer e via dicendo.

Perfino leggere tali termini crea un fastidio e, non di rado, ci viene chiesto di adoperare un termine positivo come sinonimo.

Al di là dell’impossibilità, spesso, di trovare un nuovo termine positivo – ahimè l’Accademia della Crusca potrebbe avere un bel da fare – farà realmente bene al nostro animo inquieto chiamare la Malattia in altro modo?

Dietro questa opposizione solo apparentemente terminologica si celano, spesso, discorsi scaramantici conditi dall’essere aderenti al buon costume.

Come se le parole, tutto di un tratto, cominciassero a materializzarsi e a contaminarci.

La difficoltà, a questo punto, diviene antropologica e anche culturale.

La società nella quale siamo immersi, ci impone di non condividere questa angoscia per la malattia.

Il vocabolario stesso ci diventa nemico: che indelicatezza adoperare questi termini così «crudi» dinanzi ai cittadini, ancor più se si tratta di anziani e bambini.

Ma cosa si nasconde dietro a questa sorta di vergogna terminologica?

Tacere e girarsi dall’altra parte quando siamo dinanzi alla malattia genera la totale mancanza di elaborazione delle tante ansie e paure. Meccanismo di difesa noto a tanti Psicologi.

La società del non dire prende le sembianze di una società dove «i panni sporchi si lavano in famiglia» e dove la condivisione, unico escamotage per lenire il dolore del singolo, non può permettersi di esistere.

Ecco che appariamo lobotomizzati, in una convivialità apparente dove ci viene chiesto di sfuggire alla paura semplicemente non pensandoci.

Siamo spinti ad assumere un atteggiamento fatalistico che apparentemente ci fa scansare la malattia.

Il non dire diventa il non avere.

Affrontare la malattia per quella che è, non è tanto conveniente neanche dal punto di vista del marketing: non dobbiamo, forse, mostrare sempre e solo il bello, sotterrando le problematiche esistenti?

Ecco che di una Malattia come la demenza di Alzheimer è bene parlarne ma solo a piccole dosi: non si vorrà mica angosciare tutti!

E se fosse proprio questa difficoltà nel fare i conti con la realtà ad ampliare le nostre ansie?

Alle volte è proprio il non sapere e il non voler vedere a generare tanti dei disturbi psicosomatici che temiamo.

Il sommerso non detto non equivale al cancellato: possiamo operare lo sforzo del trovare nuovi sinonimi e del non parlare della malattia, questo non equivale a fare scomparire ansie e paure esistenti.

Sotterrando anche i termini sposiamo le logiche della attuale civiltà, che ci vuole sempre al top.

Non illudiamoci che questa sia la chiave per giungere alla tanto anelata felicità: forse, contrariamente a ciò che solitamente pensiamo, condividere la paura la rende più tollerabile e, sicuramente, un po’ più leggera.