L’ansia nelle persone anziane si manifesta con sintomi e caratteristiche diverse rispetto ai giovani, esordendo spesso in maniera subdola e compromettendo il tenore di vita e la socialità di un soggetto fino a quel momento in buone condizioni fisiche e mentali.

I motivi per i quali l’anziano può cadere in depressione sono molteplici: l’insorgenza improvvisa di una malattia invalidante, la percezione di perdita di autosufficienza, l’isolamento sociale e non ultimo la limitata disponibilità economica.

Tutti questi aspetti negativi possono connotare uno stato di ansia sempre più crescente, arrivando a sviluppare dei pericolosi risvolti psicopatologici.

Infatti l’ansia si presenta il più delle volte come un’esperienza soggettiva che acuisce nel soggetto le sensazioni di paura e ansia apprensiva, non di meno accompagnate da evidenti segni di iperattività del sistema nervoso autonomo.

Negli anziani soprattutto l’ansia si può manifestare con un mix di sintomi cognitivi, emotivi e somatici che possono portare a conseguenze inaspettate.

I sintomi più classici sono la riduzione di concentrazione, attenzione e memoria, il senso di mancamento e le vertigini, l’insonnia, il calo o l’aumento eccessivo dell’appetito.

Se poi questi sintomi sono già presenti, l’ansia li può ovviamente aggravare portando addirittura a imitare importanti malattia cardiovascolari, endocrine e neurologiche scatenando l’ipocondria del paziente che crede di esserne affetto.

Quando invece è una causa organica a determinare l’ansia del paziente, è fondamentale arrivare il più presto possibile a una diagnosi ben definita e a un trattamento appropriato del disturbo, che a sua volta avrà effetti positivi anche sui sintomi di stampo emotivo.

Non è raro nella pratica clinica imbattersi in soggetti anziani ansiosi che lamentano dolori cronici derivanti il più delle volte da artrite o altre patologie conclamate.

In questi casi è di primaria importanza allievare il dolore del paziente che, di rimando, avrà un effetto benefico anche sul suo stato ansioso.

Negli anziani spesso ansia e depressione coesistono e tendono a sovrapporsi, tanto che risulta molto difficile operare una distinzione e comprendere la giusta sintomatologia di una e dell’altra.

È di cruciale importanza infatti individuare e isolare i sintomi di una depressione clinica, di cui l’ansia costituisce solo un segno collaterale, che può essere adeguatamente trattata con farmaci antidepressivi.

Anche perché, continuando a pensare che sia solo ansia, l’impiego dei soli ansiolitici non solo non porta agli affetti sperati, ma può esacerbare il quadro clinico depressivo del paziente.

In ogni caso, prima di sottoporre un anziano ansioso a un trattamento farmacologico, è bene verificare la gravità dei sintomi d’ansia e il loro impatto negativo sul livello di funzionamento complessivo del paziente.

Perché, se da un lato è vero che un’assunzione regolare di farmaci ad hoc nei disturbi di origine ansiosa può rivelarsi benefica, dall’altro, specie negli anziani, possono verificarsi delle allarmanti controindicazioni.

Le classi di farmaci ad azione ansiolitica più utilizzate per contrastare i disturbi d’ansia negli anziani sono i barbiturici, le benzodiazepine, gli antidepressivi e i neurolettici.

Mentre i barbiturici spesso non vengono tollerati dall’anziano, le benzodiazepine a volte producono effetti collaterali indesiderati come riduzione del coordinamento motorio e confusione cognitiva, motivo per il quale è preferibile un loro impiego solo in pazienti con una sintomatologia ansiosa primaria.

Quindi, se ne evince che le benzodiazepine vadano assunte solo per periodi molto brevi per evitare la dipendenza da farmaci del paziente e, soprattutto, per ridurre l’aggravamento dell’ansia acuta.

In alternativa possono essere assunti gli azapironi, tra cui il più usato è il buspirone, particolare agonista non selettiva della serotonina che sembra provocare effetti collaterali decisamente inferiori rispetto alle benzodiazepine.

Inoltre la sua interazione farmacologica non sembra far comparire significativi sintomi di astinenza associati al suo uso regolare.

È bene ricordare però che il buspirone, richiedendo fino a due settimane di latenza per manifestare il suo effetto clinico, è ovviamente sconsigliato per gestire situazioni acute di ansia.

In ogni caso, nel caso in cui si riesca a risalire a un chiaro evento scatenante, possono rivelarsi utili anche altre strategie alternative come i percorsi di psicoterapia breve, di terapia cognitivo-comportamentale o tecniche di rilassamento, da applicare anche in correlazione a un trattamento farmacologico.